TRUMP’N’DRUM’NBASS

Alceste Ayroldi – Jazzitalia
“Frammenti, frammenti di realtà e ritratti di una vita stretta che stritola l’orizzonte e genera ordinati stili di espressioni corporee”.
Ramon moro, trombettista del trio, così recita all’interno dell’essenziale booklet. Altre frasi, poche, arredano le due pagine interne con ritagli di foto politicamente eloquenti.
Un lungo excursus attraverso temi disparati sia in senso geografico che sociale. Un’avventura nelle sonorità storiche e nelle sue evoluzioni. La tromba acre e forte di Ramon Moro schiude i suoi timbri nei contrappunti di Federico Marchesano e nel martellante, quasi heavy, driving di Dario Bruna.
Un acido incedere. Una rappresentazione stimolante con tracce ben determinate. Gli accenti classicheggianti diventano, rapidamente, strutture metropolitane moderne e post-moderne. Il “Blade Runner” del linguaggio jazzistico che convoglia in tensioni muscolari, ricche di ibridi e significati letterari. Potrebbe essere la giusta colonna sonora delle poesie di Charles Bukowski o del Paul Auster più noir.
La title track è l’icona del lavoro. Le tensioni moderne, solo in alcuni accenni, sposano le frammentazioni e la ritmica jazzistica. Le storture e le distonie della tromba lasciano respirare ambiguità in ogni senso, non solo musicale. Ecco, è l’ambiguità musicale l’elemento determinante di questo lavoro. Una crasi di forme, suoni, colori, storia e storie. Colori ed emozioni cangianti e coerentemente descrittivi che, per certi versi, sono un pugno nello stomaco. Una sferzata ai neuroni alcune volte assopiti. Ed ogni tanto ci vuole.

(Giampiero Cane) Il Manifesto Alias n.19 del 14.05.2005
Discoteca jazz di una certa classe; stereotipi per ogni dove, ma un vago senso di autenticità. Sembra allinizio che tu possa sbatterti il cervello, zompando in pista, ma alla fine preferirai ascoltare. E trio. E un po come uno stile west coast rinato, dopo un mezzo secolo, e dialogante col gusto di oggi. Le musiche hanno leleganza dei suoni non elettrici, un carattere errabondo, rotto ogni tanto dal martellare del tamburo, che suggerisce immagini di unimpressionismo che la natura solo lintravede, negli sforamenti lasciati liberi allo sguardo dallartificiale. La questione è sempre aperta: se sia meglio avere una finestra che dà su uno squarcio di natura o unimmagine scelta da noi, nel caso ce la si possa permettere. Nel sonoro non ci sono dubbi: quelli artificiali vincono sugli uccellini, il vento, la cascata, la grandine e gareggiano con 433 di Cage solo quando nevica. E un disco piacevole, invita a oziose riflessioni, suggerendo ogni tanto uno scatto rock, accennato appena e lasciato cadere. Ramon Moro suona la tromba, Federico Marchesano il contrabbasso, Dario Bruna le percussioni.

(Riccardo Maria Mottola Diagonal Jazz) 20.04.2005
Se è vero che ogni interpretazione sonora è frutto dell’esperienze auditive che ciascun ascoltatore detiene, anche qui l’applicazione di chiavi interpretative al lavoro dei 3quietmen è frutto di un mio personale sistema audio (lasciate che lo chiami così) complicatissimo ed intricato; ma dove la complicanza e l’intreccio, fittissimo, non sono certo frutto di devianza tutta al negativo ma anzi, bensì, declinazione com – positiva della complessità dell’essere. Dico questo perché anche il lavoro di questi 3 gentiluomini italiani rimanda ad una complessità dell’essere, e quindi del loro suono, che è frutto assoluto di sovrapposizioni storiche ma anche di quelle futuree, di commistioni ardite ma al contempo piene di senso, di derive citiazionistiche ma che rimandano a saperi densi che solo una seria applicazione alla ricerca ed analisi della musica possono garantire. Una musica duale e quindi completa, intrisa com’è allo stesso tempo della Coltura e del Sentire Primitivo, del Lavoro di Composizione e della chiara devozione alla Grande Matrice Improvvisativa, e declinata in un contesto armonico dove si intessono ricerca spasmodica della melodia e fughe repentine dalla stessa, appena immediatamente creata od accennata. Un fulmineo e fulminante insieme fatto di incursioni frenesie squarci, tutti di differente natura, che sebben racchiusi in brevi quadri ben strutturati mantengono accesa e viva ,nella propria cornice musicale, la corrente calda del Sentimento. E di quello più destrutturante e deviato forse, che, figlio della liquidità moderna, rende visibile appieno la caratteristica del contesto epocale che i tre gentiluomini respirano e vivono: la contemporanea pluridisponibilità di saperi suoni e sentimenti, di ieri di oggi e di domani, tutti ampiamente a disposizione e pronti ad essere carpiti. Materia polivalente che qui trova fusione grazie al lavoro dei tre che nel declinare se stessi ed i propri suoni, questa un’ulteriore personale suggestione, troverebbero supersintesi estensiva e voce esterrefatta nella visual art e nella danza contemporanea: che non siano state create le musiche per ciò?

(Federico Scoppio) Musica Jazz n. 6 anno 2005
Un album che è plausibile affibbiare al giovane trombettista torinese Ramon Moro, che si fa accompagnare per loccasione dalla furiosa ritmica dellActis Band e di Misterioso: Federico Marchesano al contrabbasso e Dario Bruna alla batteria. Registrato a Milano nel 2000 e rimasto in cantiere per motivi ignoti, trumpndrumnbass si presenta come un insieme di tanti piccoli affreschi, dai toni improvvisati e carichi di espressività come quando nei Bambini di San Paolo il lirismo della lunga introduzione di Moro viene sostituito da una sorta di metal trasversale. Otto brani portano la firma di Moro, sei quella di Marchesano e tre sono pescati con dovizia nel repertorio di Béla Bartòk.

(Alberto Bazzurro) L’isola che non c’era n. 37 luglio/settembre 2005
Il trio tromba/contrabbasso/batteria è, anche nel jazz, merce decisamente rara. A dire una loro piccola ma significativa parola nel settore pensano i tre torinesi, qui al loro debutto (peraltro registrato nel 2000, e rimasto poi cinque anni in sala dattesa), che rispondono ai nomi di Ramon Moro, Federico Marchesano e Dario Bruna (impegnato anche su percussioni e marimba). Già limpasto timbrico dei tre strumenti non passerebbe inosservato, ma il disco è comunque apprezzabile per tutto quanto ci offre in sé e per sé: eleganti momenti cameristici alternati a sequenze più dirette (talora quasi impetuose), fulminei frammenti per lo più solitari, contrappunti, iterazioni, aperture elettriche di umore davisiano, ecc. Il tutto in quaranta minuti stringati ed essenziali (diciassette i brani complessivi). Non è davvero poco.

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